L’intelligenza artificiale e il valore del sapere, oltre il tempo e oltre il titolo

Qualche giorno fa Caterina Boschetti ha pubblicato su LinkedIn ( https://lnkd.in/p/dbuc3f8m ) una riflessione che merita attenzione. L’intelligenza artificiale, osserva, spezza l’equivalenza su cui abbiamo costruito per decenni la nostra idea di valore, ovvero più ore, più lavoro, più valore. L’IA comprime i tempi senza comprimere necessariamente il valore e ci costringe a spostare lo sguardo dal “quanto ci hai messo” al “che cosa hai messo dentro”. Vorrei raccogliere questo spunto e svilupparlo in una direzione che considero decisiva, anche sul piano giuridico ed economico.

Il tempo non è più un metro affidabile

Per lungo tempo il tempo impiegato ha funzionato da surrogato del valore. Era un criterio semplice, comodo da rendicontare e da negoziare, ma sempre approssimativo, perché misurava lo sforzo e non il risultato. L’IA ne rende evidente il limite. Una bozza, una sintesi, un’analisi preliminare si producono ormai in pochi secondi. Ciò che non si produce in pochi secondi è la capacità di sapere cosa chiedere, di riconoscere l’errore nella risposta, di accorgersi che l’output, per quanto fluido, è sbagliato o semplicemente banale.

Il prompt può scriverlo chiunque. Il patrimonio di conoscenze che lo precede, e il giudizio critico che ne vaglia l’esito, no. Lì si colloca la differenza reale tra professionisti, e lì si colloca il valore.

Il paradosso del titolo

Troppo spesso, nelle organizzazioni e nei processi di selezione e valutazione, il titolo è stato assunto come elemento premiante in sé, quasi che lauree, master e certificazioni esaurissero il tema della competenza. Sia chiaro, il titolo è un presupposto, attesta un percorso e merita rispetto. Ma è un indicatore di partenza e non di arrivo. Non dice nulla sull’aggiornamento costante, sulla casistica affrontata, sugli errori da cui si è imparato, sulla capacità di collegare ambiti lontani per formulare una soluzione originale.

L’IA smaschera questa confusione. Quando uno strumento rende accessibile a tutti una buona parte delle nozioni standardizzate, ciò che distingue non è più il possesso di informazioni, ma la loro padronanza, ossia la competenza dimostrata sul campo, verificabile nei risultati, nella qualità del ragionamento, nella responsabilità assunta. Occorre quindi rivalutare e quantificare la capacità reale, con criteri che sappiano misurare la sostanza e non soltanto la cornice formale.

Lo scontro con la logica finanziaria

Qui il discorso si fa più scomodo. Chi presidia la leva finanziaria, nelle direzioni aziendali come negli istituti di credito che si relazionano con il mercato, tende a ragionare per parametri quantitativi, come ore, costo orario, benchmark di mercato, standard di prezzo. È una logica comprensibile e, per molti versi, necessaria. Applicata però senza discernimento a un contesto in cui l’IA comprime i tempi, produce un effetto distorsivo quasi automatico. Se il tempo cala, scende anche il compenso, a prescindere dal valore effettivamente generato.

La ricaduta pesa su chi ha il compito di gestire l’economia societaria, cioè di determinare e difendere il giusto compenso per le prestazioni intellettuali. Il rischio è duplice. Da un lato si penalizza chi investe in studio e aggiornamento, perché la sua efficienza viene trasformata in argomento di ribasso. Dall’altro si premia l’omologazione, con soluzioni standard, strategie che si assomigliano, documenti intercambiabili, esattamente il pericolo che Caterina segnala quando parla di contenuti sempre più omogenei.

Non è una questione di principio astratta. Il codice civile prevede da sempre che la misura del compenso del professionista debba essere adeguata all’importanza dell’opera e al decoro della professione (art. 2233, secondo comma, c.c.). La disciplina dell’equo compenso (L. 21 aprile 2023, n. 49) ha poi ribadito il principio di proporzionalità tra compenso, quantità e qualità del lavoro svolto nei rapporti con i committenti più forti, cioè la pubblica amministrazione, le banche, le imprese assicurative e le imprese di maggiori dimensioni. Sono indicazioni che vanno nella direzione di un valore ancorato alla qualità e alla responsabilità e non al solo cronometro.

Il quadro normativo conferma la rotta

Anche il legislatore, europeo e nazionale, mostra consapevolezza del problema. L’AI Act, all’articolo 4, impone a fornitori e deployer di sistemi di IA di adottare misure a sostegno dello sviluppo dell’alfabetizzazione in materia di IA del proprio personale. Il testo originario parlava di un livello sufficiente di alfabetizzazione. Il Regolamento (UE) 2026/1744, il cosiddetto Digital Omnibus, in vigore dal 27 luglio 2026, ha riscritto la norma precisando che non occorre garantire un livello specifico per alcuna persona, ma l’obbligo di attivarsi per la formazione resta. La competenza, dunque, è un dovere organizzativo e non un optional.

La legge italiana n. 132/2025 va nella stessa direzione. L’articolo 13 limita l’uso dell’IA nelle professioni intellettuali alle sole attività strumentali e di supporto, con prevalenza del lavoro intellettuale oggetto della prestazione, e impone di informare il cliente sui sistemi utilizzati con linguaggio chiaro, semplice ed esaustivo. Il messaggio è netto. L’IA assiste, ma il giudizio, e con esso la responsabilità, resta umano. E ciò che resta umano deve essere riconosciuto anche sul piano economico.

Una proposta di metodo

Che cosa significa, in concreto, rilanciare la preparazione ? Almeno tre cose.

Primo, valutare la competenza per ciò che produce, ossia qualità del risultato, capacità di verifica critica, assunzione di responsabilità, e non solo per ciò che certifica.

Secondo, riconoscere l’aggiornamento continuo come componente del valore. Studio, letture, esperienza accumulata e anche gli errori fatti sono un investimento che precede ogni singola prestazione e ne giustifica il prezzo.

Terzo, aprire un confronto serio con chi governa budget e compensi, perché adegui i propri criteri a una realtà in cui efficienza e valore non coincidono più. Non si tratta di opporsi alla finanza, ma di chiederle strumenti di misura all’altezza dei tempi.

Conclusione

Il vero superpotere, come scrive Caterina, non sarà avere accesso all’IA, perché progressivamente lo avranno tutti. Sarà possedere cultura professionale e pensiero critico sufficienti per usarla senza diventare uguali agli altri. Sta a noi professionisti coltivare questa sostanza. Sta a chi decide i compensi, nelle imprese come negli ambiti finanziari, imparare a riconoscerla. L’intelligenza artificiale ha solo reso visibile ciò che era già vero. Il sapere autentico non si misura a ore, né si esaurisce in un titolo.